Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

 

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEL LIBERO PENSIERO "GIORDANO BRUNO" 

Fondata nel 1906

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Contro le Pussy Riot la volgarità del tiranno

di Maria Mantello

Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alyokhina sono arrivate in questi giorni nei gulag delle remote regioni russe: Nadia al campo di lavoro correttivo 14 in Mordovia, Maria a quello 32 a Perm.

È il risultato della sentenza d’appello del 10 ottobre, che conferma la condanna in primo grado del 17 agosto: due anni di carcere per la preghiera punk «Holy Mother, chase Putin out!», «Santa Madre, caccia via Putin».
Una preghiera “demoniaca” per il tribunale del regime putiano che le ha recluse nelle colonie penali perché si “possano ravvedere”.
A evitare questo epilogo tragico non è valsa loro la solidarietà internazionale, e tantomeno l’essere tra le finaliste del premio Sakharov 2012, che il Parlamento europeo assegna ogni anno a chi si batte per i diritti umani e la libertà d'espressione.
Adesso resta tanto dolore. E tornano alla mente i versi che Alexander Pushkin dedicò ai rivoluzionari decabristi nel 1835: «Nel profondo delle miniere siberiane conservate la superba pazienza, non sarà vana la vostra dolorosa fatica e l’alta aspirazione dei pensieri».
Dolore e rabbia per una condanna ingiusta che reprime la libertà, che schiaccia l’anelito alla democrazia ed è accanimento contro un gruppo femminista.
«Se restavano a casa a cucinare, oppure se andavano in ufficio a lavorare non sarebbero state coinvolte». Insomma zitte buone ha detto Putin il 25 ottobre, a margine del forum del Valdai Club. Da brave femminucce, ha detto l’esperto di donnine servienti, ergendosi a difensore di «valori morali che sono alla base di una società, e sentimenti religiosi che vanno difesi». Bella prova di confessionalismo di Stato!
Ha vinto la repressione e l’ottusità di un regime benedetto da una chiesa ortodossa che va alla riconquista ideologica del paese. Ha vinto la santa alleanza che le coraggiose Pussy Riot hanno denunciato con quella ormai famosissima esibizione del 21 febbraio scorso a Mosca nella cattedrale di Cristo Salvatore.
Ha vinto la brutalità, l’arroganza, l’impunità del neo zar, che ripropone gli schemi sessisti e che si dice scandalizzato per la volgarità del nome scelto dalla rock band, ma che ama i proclami da coatto: «spalmeremo il fegato degli oppositori sull'asfalto».
«Può la musica cambiare il mondo? - ha scritto il chitarrista e cantautore inglese Billy Bragg nel suo messaggio di solidarietà alle Pussy Riot - soltanto in circostanze molto speciali e solo una volta in una generazione, una band può creare un momento nel quale la società cambia».
Allora non dorma troppo tranquillo nei suoi lettoni Putin, perché la forza della rivoluzione veicola proprio sul dolore e la rabbia che il tiranno alimenta. E forse questa volta si chiama Pussy Riot.


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Webmaster: Carlo Anibaldi 

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