Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

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BENEDETTO XVI RILANCIA LA TEOLOGIA TRIDENTINA CONTRO LA LIBERTÀ DI PENSIERO E DI SCELTA

di Giovanni Franzoni

 

Quando la Conferenza episcopale italiana ha promosso l’astensionismo nei confronti del referendum per l’abrogazione della legge sulla procreazione assistita, giudicata del tutto insoddisfacente da parte della sinistra laica, tutti hanno pensato che si trattasse di una mossa tutta “italiana” atta a riqualificare l’influenza dei vertici della chiesa sull’elettorato, dopo le clamorose sconfitte sui referendum abrogativi della legge Fortuna-Baslini e di quella sull’interruzione di gravidanza.

Davanti alla scelta dell’episcopato italiano di mobilitare le masse e scendere in piazza per manifestare contro i progetti del governo di regolamentare le situazioni di convivenza con dei dispositivi pubblici di riconoscimento delle convivenze e dei diritti, individuali e di coppia, che da queste derivano, molti si sono chiesti quale fosse l’anima di questa agitazione.

Si trattava di fraintendimenti per i quali non ci si comprendeva con chiarezza sui contenuti, sugli scopi e sulla valutazione delle possibili conseguenze nella società?

Per quanto riguarda il diritto di famiglia, a partire dal dibattito sul riconoscimento delle coppie di fatto e tentativo conseguente di proporre una legge in materia, fino a quello sui Dico... e dai Dico ai Cus, ci è dato dedurre, che, usando la propria influenza su settori dell’Unione, l’episcopato italiano nei suoi vertici, persegue una strada di egemonia culturale sulla politica italiana.

Così ha condizionato e umiliato visibilmente le istituzioni parlamentari del nostro paese.

Dopo questa vicenda, un’altra serie di iniziative, questa volta apparentemente interne all’area ecclesiastica e provenienti direttamente dalla Santa Sede, sta mostrando con evidenza che il papa ed i vertici dell’autorità vaticana, hanno imboccato la strada del dialogo con l’estrema destra conservatrice della chiesa stessa che si è tenacemente opposta alle conclusioni del Concilio Vaticano II, mentre contemporaneamente  esercitavano una dura repressione verso il pensiero teologico aperto alla storia ed ai processi di liberazione, particolarmente vivace dopo le aperture del Concilio Vaticano II. Non si trattava più di una questione locale ma di una ridefinizione dell’identità della chiesa cattolica romana di fronte alla modernità.

Da tempo giungevano voci, dagli alti luoghi di Oltretevere, di un rilancio della lingua latina per la celebrazione della liturgia cattolica ed in particolare della Messa. Alla fine, tanto tuonò che piovve, è uscito il Motu proprio di Benedetto XVI che concede la restaurazione della messa nel rito tridentino - cosiddetto di San Pio V – per coloro che lo desiderino. Questo con gravi implicazioni sul piano delle politiche pastorali in Francia, in Europa e in America latina.

Anzitutto non può trattarsi di un problema di lingua. La Messa si è sempre potuta celebrare in latino anche quando, dopo il Concilio Vaticano II, si è introdotta la possibilità di celebrarla nelle lingue conosciute dai fedeli: italiano o inglese, swaili o cingalese.. Tutte le lingue sono benvenute e dunque, perché no, il latino o il greco, se qualche comunità di fedeli lo desidera. Non c’è problema.

La novità, che preoccupa molti, è che dietro il discorso della lingua si celi il recupero di una forma di celebrazione preconciliare che rilancia la teologia tridentina che interpretava la Messa come un sacrificio sacerdotale, ricco di potenza salvifica in quanto rinnovamento e offerta del sacrificio di Cristo:  completo ed esaustivo in sé, anche se fosse stato privo della partecipazione di una comunità di fedeli..

Il sacerdote, elevato dal “gregge laico”, consacrato dalle mani del vescovo e dai sacri crismi, non sedeva ad una mensa comunitaria ma, voltando le spalle al popolo, pronunciava le magiche parole; “prendete e mangiate, questo è il mio corpo" anche se con lui non vi era alcuno che prendesse e mangiasse e con lui condividesse il peso della passione e dell’amore che Gesù aveva affidato a quel gesto, così umile, popolare e comprensibile, la notte in cui veniva tradito e consegnato ai potenti del suo tempo, per esser condannato col suo pericoloso  messaggio e la sua irriverente pratica di amore e fraternità. 

La Messa non era più la Cena del Signore, di cui parla San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi, in cui la comunità faceva memoria di Gesù e ciascuno poteva misurarsi e giudicare la coerenza dei propri comportamenti, ma un obbligo da soddisfare, pena peccato mortale.

     Non si andava a “partecipare” alla Cena del Signore ma a “sentire la messa”,  “a soddisfare al precetto”.

La riforma liturgica, contestuale al Concilio Vaticano II, mutava radicalmente la forma della celebrazione, accogliendo quanto già si praticava in piccoli gruppi comunitari. L’altare diventava mensa ed il rito sacrificale attuato dal sacerdote veniva ricondotto alla sua forma originaria di pasto comunitario.

Chiamati a partecipare da adulti e non più da bambini che vengono imboccati, sorse presto fra i fedeli l’aspirazione a condividere anche la ricerca di senso e la condivisione della parola.

 Persone di diversa condizione sociale e di diversa età cominciarono a pretendere dal prete o dal teologo degli strumenti di accesso alle Scritture bibliche. A Firenze, nella comunità dell’Isolotto si cominciò con una lettura ben guidata della Bibbia e si finì con la pubblicazione di un opuscolo “La Bibbia è del popolo”.

Tutto questo fece paura a chi gestiva il sacro senza permettere interrogativi inquietanti e la reazione fu violenta ed ancora non si è spenta, anzi sembra trovare accoglienza nei vertici della Chiesa.

In realtà il pericolo di un riflusso liturgico e teologico, per riavvicinare l’estrema destra della chiesa che aveva rifiutato radicalmente il Concilio Vaticano II, è visto da tutti e particolarmente dai vescovi francesi.

La ribellione al Concilio fu guidata da Marcel Lefebvre, già vescovo di Algeri. Lefebvre organizzò una vera e propria secessione con vari preti che si opponevano allo spirito dl Concilio ad Econe, in Svizzera; fu sospeso a divinis nel 1976 e scomunicato nel 1988 quando ordinò quattro vescovi per assicurarsi una successione.

I vescovi di Strasburgo, di Metz e della provincia ecclesiastica di Besanęon, che oggi temono un rifiorire del lefebvrismo, in un loro comunicato del 25 ottobre 2006, affermavano: “I vescovi temono che la generalizzazione del messale romano del 1962 relativizzi gli orientamenti del Concilio Vaticano II. Una simile decisione rischierebbe anche di mettere in pericolo l’unità tra i preti, come pure tra i fedeli”. Anche il card. Jean Pierre Ricard, arcivescovo di Bordeaux e presidente della Conferenza episcopale francese, aveva espresso dubbi.

Negli stessi giorni, mons. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, notava: “Sotto la copertura della mobilitazione per la difesa di una forma liturgica, si è assistito ad una critica radicale del Concilio Vaticano II, ossia al rigetto puro e semplice di alcune delle sue Dichiarazioni. Il rifiuto dei libri liturgici regolarmente promulgati fu seguito  dall’ingiuria pubblica contro i papi e coronato da atti di violenza (da parte dei lefebvriani -n.d.r.) quali la presa a forza di una chiesa parrocchiale di Parigi… Nessuno dei protagonisti di queste battaglie ha mai creduto e detto che il problema fosse prioritariamente e, meno ancora, esclusivamente liturgico. Esso era e resta un problema ecclesiologico. Esso pone chiaramente in questione il senso dell’unità ecclesiale nella comunione con la sede di Pietro. Esso pone chiaramente in questione l’autorità di un Concilio ecumenico”.

Benedetto XVI, senza ascoltare le obbiezioni e le perplessità dei vescovi francesi, ha però concesso quanto gli ultra-conservatori desideravano. Per di più, un documento vaticano, uscito immediatamente dopo, riaffermava che l’unica vera chiesa di Cristo è la chiesa cattolica romana. E che fuori di essa non vi è salvezza. L’unica fonte di verità salvifica sarebbe dunque garantito dal magistero infallibile del papa. 

Per capire quanto sta avvenendo nei vertici vaticani si possono avanzare varie ipotesi.

La prima è che la chiesa gerarchica abbia bisogno dello scontro per ridarsi una identità nel mondo moderno. Guardandosi intorno alcuni vescovi, purtroppo quelli che contano, vedono un pericolo inedito.

Non più l’antico spettacolo dell’umanità disobbediente e peccatrice ma quello ancora peggiore di una umanità peccatrice che per assolversi non ha più bisogno della pratica religiosa. E’ vero che molti, portano ancora fra i vari ciondoli, madonnine, crocette e padrepii, ma quello che li rassicura e li assolve non è la religione, ma il fatto che la loro devianza dalla retta via è maggioritaria.

In termini di fedeltà alla chiesa la linea conciliare non paga. Mentre in Europa e nei paesi ad alta secolarizzazione cresce l’abbandono del religioso, in America latina, dove fino ad oggi vi è la massima concentrazione di cattolici, è crescente il fenomeno del passaggio a  chiese, comunità e sette a forte connotazione populistica. L’esperienza delle comunità di base, d’altronde non sostenuta negli ultimi tempi dalla gerarchia, non frena questa deriva. Chiede troppo sui due fronti: impegno di coerenza morale e impegno socio-politico.

Di fronte al crescente abbandono dell’osservanza religiosa e delle regole austere della morale tradizionale, i vertici della chiesa, incapaci di riformulare un’etica sessuale credibile e basata essenzialmente sull’onestà e il rispetto più che sulla verginità e la castità, potrebbero porsi come leader di una maggioranza morale: la Moral Majority, già sperimentata negli USA dalle chiese protestanti fondamentaliste.

Le masse di ultras negli stadi, gli innumerevoli febbricitanti del sabato sera, i distrutti dalla droga,  il branco dei ragazzini dediti allo stupro, al bullismo, a fare filmetti col telefonino o a buttare sassi dai cavalcavia saranno pure forse maggioranza ma non hanno una idea spendibile, non hanno una morale condivisibile. La morale ce l’abbiamo noi, dicono i vescovi italiani, e anche se il nostro seguito è in minoranza numerica siamo sempre maggioranza morale. A questo punto non resta che affermare i rigidi principi tradizionali - senza sconti e negoziati - e sfidare quelle altre minoranze che hanno una idea spendibile e condivisibile: i laici. 

Rileggere il Risorgimento dalla parte di Pio IX, questa fu l’idea di CL a Rimini, dopo l’esortazione dal card. Biffi, quando era arcivescovo di Bologna: “adesso che abbiamo sconfitto il marxismo dobbiamo fare i conti col liberalismo e la modernità nata dall’illuminismo e dalla rivoluzione francese”. I competitori non sono più Marx, Lenin e Che Guevara, ma Rousseau, Kant, Darwin, Freud e Popper.

Gli errori e le incaute aperture di Giovanni XXIII e del Concilio Vaticano II, secondo questa analisi, hanno portato all’indebolimento del cattolicesimo ed alla sconfitta, in Italia, nei referendum sul divorzio e sull’aborto. Forse, per i vertici della gerarchia ecclesiastica, è il tempo di approfittare del vuoto di valori che la crisi del socialismo ha lasciato. E che un’etica laica non sta riempiendo, per provocare nuovamente un referendum, magari per abrogare una legge che regolamenti le convivenze etero o omosessuali, o erigere una barricata di fronte all’eutanasia.

Gli schieramenti che si profilano all’orizzonte del bipolarismo politico in Italia non sembrano temibili e la tensione morale  che caratterizzava gli anni ’70 sembra afflosciata. Tutto questo potrebbe essere una tentazione a cercare una rivincita.

 Non è da escludere l’ipotesi che la spinta a far quadrato intorno ai presunti valori della morale tradizionale, non commisurati alle dinamiche talvolta ambigue ma anche positive che si sviluppano nella società moderna, venga in Italia da una particolare premura della Santa Sede per il nostro paese.

Pare che l’Italia sia destinata a costituire una sorta di area di influenza del cattolicesimo conservatore per cui quello che passa tranquillamente nell’Europa del nord, anche per un confronto positivo con l’etica dei protestanti, nel nostro paese à frenato. Lo si è chiaramente visto nel caso di Giorgio Welby sul quale i francesi ebbero a dire che da loro non ci sarebbe stato il “caso” nemmeno per i vescovi. Se questo è il destino dell’Italia forse è necessario che si apra il confronto, magari ecumenico e interreligioso, fra religiosi e laici sui valori etici che anche per noi non sono negoziabili.

Disertare questa fatica e lasciare ai vertici della Conferenza episcopale italiana l’egemonia morale sui valori da difendere e promuovere con le nuove generazioni renderebbe poi impossibile e ridicolo il nostro lamentarsi per il fatto che i vertici ecclesiastici invadano, in modo indiscreto, il campo del potere legislativo della Repubblica.

 

                                            Giovanni Franzoni       

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