Associazione Nazionale del Libero Pensiero "Giordano Bruno"

 

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ASSOCIAZIONE NAZIONALE DEL LIBERO PENSIERO "GIORDANO BRUNO" 

Fondata nel 1906

Aderente all' Union Mondiale des Libres Penseurs - International Humanist and Ethical Union

Presidenza nazionale e Presidenza sezione di Roma - Coordinamento Web :

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Roma

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Presidenza Onoraria e Sezione di Torino:

avv. Bruno Segre


Torino

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COVID 19 Cosa preoccupa?

 

Ultimamente dissidi interni sono sorti nelle comunità scientifiche riguardo il virus e cosa spaventa nel suo genoma: ovvero ci sono mutazioni? non ci sono mutazioni? esistono altri fattori finora non scoperti o considerati? cosa cambia in proposito?

 

In verità cambia ben poco da un punto di vista di prognosi la presenza in se stessa del virus all’interno del corpo poiché, come per qualsiasi organismo estraneo all’interno di un altro, non è tanto la presenza più o meno mutevole che possa creare problemi, ma il suo comportamento: se l’organismo estraneo non causa problemi ed è trasparente al sistema non rappresenta un fattore di rischio.

Per fare un esempio in un corpo umano abitano migliaia di virus e specie batteriche ma non tutti sono nocivi, anzi molti ci aiutano, come quelli presenti nell’intestino, che proteggono la sua mucosa, fermentano cibo indigerito e ne favoriscono la digestione. Diversa invece la questione se tali organismi danneggiano in qualsivoglia modo l’organismo ospite.

Perché ci si riammala?

Andando ai fatti dunque, si sta assistendo ad un graduale ritorno in malattia da parte di soggetti guariti da mesi con ultimo esame di tampone negativo.

Questo solleva una semplice domanda: perché avviene ciò e soprattutto perché in un così breve intervallo per un virus, come riportato dall’OMS, dieci volte più aggressivo e letale di quelli della famiglia Orthomyxoviridae influenzali e Myxoviridae parainfluenzali a cui il Covid non appartiene?

Le ipotesi attuali sono quattro

1 – Il genoma è mutato

Il sistema immunitario, avendo anticorpi con memoria specifica per le proteine sintetizzate dal genoma precedente, non riconosce le nuove e quindi non riesce ad attaccarlo.

Questo caso tuttavia, non solo è in contrasto (almeno fino ad oggi) con l’assenza di una mutazione significativa del virus all’interno di uno stesso ceppo (come evidenzia lo studio comparato dell’analisi del genoma nel passaggio dal sud Asia al sud America), ma  la presenza del virus, anche mutato, si sarebbe dovuta riscontrare nell’ultimo tampone effettuato dal soggetto che ripresenta i sintomi.

2 – Il ceppo è diverso

Questa potrebbe essere un’ipotesi più plausibile in quanto sebbene il virus sia stabile all’interno del suo ceppo, è stata ampiamente comprovata la presenza di molteplici varianti virali, che per quanto stabili hanno la sequenza del genoma combinata differentemente: questo determina nel caso di una seconda infezione sia che tali ceppi non siano riconoscibili dagli anticorpi della prima, sia che la sintesi proteica (che la sequenza virale genera) possa differire e quindi scatenare infiammazioni in zone non univoche. Da notare che come ceppo differente non si intende una mutazione del ceppo originario ma una sequenza parallela alla prima già esistente, ovvero sviluppatasi isolatamente o derivante dalla prima, in entrambi i casi fenomeni avvenuti non nel presente o passato prossimo ma in tempi remoti.

Questo caso, sebbene possa rappresentare un problema poiché, come per i virus influenzali, anticorpi o vaccini per un ceppo sono pressoché inutili nei confronti di un altro, non rappresenta nulla di nuovo da un punto di vista del funzionamento del nostro sistema immunitario per il contrasto di virus dai cui innumerevoli ceppi veniamo attaccati nel corso della nostra vita.

3 – Perdita di Anticorpi specifici

Gli anticorpi elaborati dal nostro organismo per combattere il virus hanno una memoria a breve termine, ovvero riescono a riconoscere ed attaccare le proteine del ceppo virale solo per pochi mesi.

Questa è un’ipotesi che ben si coniuga con altri virus che danno un quadro sintomatico simile, come ad esempio quelli influenzali; è infatti un dato comprovato che l’immunità acquisita nei confronti di Orthomyxovirus o Myxovirus non è permanente ma di solito efficace per un periodo variante da pochi mesi a qualche anno.

È un fenomeno normale per il nostro corpo che solamente per pochissimi virus sviluppa un’immunità a lungo termine (per fare un esempio, nel caso di malattie infantili come morbillo o varicella).

La risposta immunitaria dipende dalla sequenza genetica del virus e dalle proteine che ne derivano nella successiva sintesi: per essere più specifici esiste una “immunità innata”, ovvero una capacità che ha il nostro corpo nel riconoscere corpi organici estranei. Una volta individuato il corpo estraneo si sviluppa un’immunità adattiva, cioè vengono riconosciute come estranee le proteine di cui il virus è composto: si parla in questo caso di antigene, ovvero una proteina riconosciuta dannosa e contro la quale il nostro organismo, tramite i linfociti, produce anticorpi specifici che legano con l’antigene individuato.

In alcuni casi l’immunità acquisita perdura nel corso della vita (si parla in questo caso di immunità permanente o di lunga durata), in altri casi la “immunità innata” fornisce comunque un’efficace risposta generica (si parla quindi di immunità parziale), in casi come quelli influenzali l’immunità è a breve termine (in questo caso si parla di immunità temporanea).

Anche questo è un fenomeno potenzialmente preoccupante poiché è da precisare che un’immunità a breve termine può mettere a rischio il nostro organismo anche dallo stesso ceppo di virus, contratto però in intervalli temporali differenti, costringendo il nostro sistema immunitario a dover affrontare nuovamente la malattia.

4 – Il virus diventa un Provirus

Si parta dal presupposto che il DNA è presente solamente all’interno della cellula, mentre l’RNA è presente oltre che nel nucleo, nel citoplasma, ovvero nella parte esterna della cellula, quindi se una cellula di qualsivoglia tipo si volesse replicare, deve fare in modo che il DNA di cui è composto il suo patrimonio genetico debba necessariamente duplicarsi in RNA messaggero per uscire dalla cellula stessa.

I linfociti che vengono a contatto con qualsiasi proteina estranea (sintetizzata dalla sequenza genetica del virus) generano anticorpi specifici;  pertanto se il virus rimane all’esterno ha molte più possibilità di essere individuato e quindi tutte le cellule portatrici vengono uccise, eradicando il virus dall’organismo ospite.

Tuttavia non sempre avviene ciò: il meccanismo che usa ad esempio l’HIV per garantirsi un serbatoio indeterminato di sopravvivenza, è l’integrare il proprio RNA con il DNA della cellula nascondendolo al suo interno, eliminando l’RNA all’esterno e diventando un tutt’uno con il genoma della cellula infettata: è uno stadio che i virologi chiamano “provirus” rendendo quindi difficile la localizzazione da parte degli anticorpi (sia perché parte del DNA è quello della cellula di origine, sia perché l’RNA estraneo all’esterno è scomparso). Un provirus di per se stesso non produce virioni ovvero agenti virali, ma quando le cellule infette si vanno a replicare, si può rimettere in moto il meccanismo di progressiva infezione ed il virus può riattivarsi.

Sebbene quest’ultima ipotesi venga ritenuta la più pericolosa, in quanto non si riesce mai ad eradicare completamente il virus dal nostro organismo, rimanendo in stato latente e dando l’illusione che si sia guariti è per ora considerata remota, in quanto la stabilità del codice genetico del virus lo rende poco propenso a creare filamenti all’interno del DNA della cellula ospite.

Yoshi M.D.

 


 

 

 

 


 

Direttore Responsabile: Maria Mantello 

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