VELO ISLAMICO simbolo di sottomissione patriarcale
Coprirsi testa e volto era una necessità assoluta, sia per
difendersi dalle tempeste di sabbia, sia per proteggersi dal sole
rovente. E ancora oggi uomini e donne usano velarsi quando devono
attraversare il deserto. È una necessità, come quella di coprirsi ad
esempio con un cappuccio in caso di vento e pioggia battente. Gesti
normali. Abbigliamenti consigliati o necessari, ma che non possono
diventare obbligatori.
Non considereremmo infatti una violenza, una lesione della libertà
personale se il cappuccio usato per la pioggia diventasse
imposizione? Per giunta solo per le donne. E reggerebbe l’argomento
degli usi e dei costumi?
Forse qualcuno potrebbe dire che hijab, burka, chador -o come altro
si vuole chiamare il velo islamico- sono le stesse donne a
indossarli.

Ma dopo secoli e secoli che una tale abitudine è inculcata fin
dall’infanzia ce la sentiamo onestamente di poter affermare che non
è il risultato ancora più subdolo dell’affermazione patriarcale?
Usi e costumi non sono eterni e non possono essere utilizzati come
ipocrita accondiscendenza verso i paesi islamici per il fatto che
abbiamo con loro interessi commerciali. Paesi dove oggi c’è un
grande fermento. Dove dittatori cadono. Dove le donne sono in prima
linea per conquistare la loro libertà e autodeterminazione. E in
questo vanno aiutate! E certamente l’argomento degli usi e dei
costumi che legittima il velo dimenticando che è solo un elemento di
tutta una legislazione teocratica che nega soprattutto alle donne
pari opportunità e diritti, giova solo a ridefinire la loro
sottomissione. Il velo, insomma, per usare una celebre definizione
antropologica: è e resta un sorta di imene in faccia.
Gli stessi islamici secolarizzati tendono oggi a sottolineare che
nel Corano non esiste alcun cenno a coprirsi capelli e/o volto. La
Sura 24.31, che viene sbandierata dagli integralisti, per altro, è
solo un invito alla pudicizia «E dì alle credenti di abbassare i
loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti,
se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul
petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti,
ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei
loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli
delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai
servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non
hanno interesse per le parti nascoste delle donne.».
Anche i così detti libri sacri risentono del periodo in cui sono
stati scritti, e la Sura di cui sopra era scritta in un contesto in
cui le nudità ci cominciavano a coprire. Quindi, più che a coprire
capelli e del volto essa invitava a non lasciare più il petto
scoperto. Usanza questa che persisteva e che continua ad esserci
ancora in tanti paesi africani.
Nei secoli tuttavia il velo è sempre più diventato simbolo
d’identità della donna islamica. E per gli islamisti - fratelli
musulmani, il pilastro centrale dell’Islam. Il baluardo per arginare
attraverso il controllo patriarcale sulle donne modernità e
secolarizzazione.
Allora, forse, a chi continua a parlare di uso del velo come scelta
delle donne, dobbiamo dire che commette l’errore di applicare le
categorie democratiche della scelta a situazioni e condizioni
storiche dove la democrazia è tutta da conquistare. E ben lo sanno i
ragazzi e le ragazze che contrastano a volto scoperto le tirannie
islamiche dei loro paesi ai nostri giorni.
Maria Mantello (L'Incontro, aprile 2011)
Correlati:
http://www.periodicoliberopensiero.it/pdf/periodico-sett2009/Il-Velo-friggeri.pdf
http://www.periodicoliberopensiero.it/news/news_20071217_velo.htm